L’Emergenza non può escludere la Contingenza

Nel nostro Paese la pur necessaria lotta al Covid ha posto in secondo piano la cura delle altre malattie. A determinare questa elevata mortalità un ruolo determinante hanno assunto i ritardi nella prevenzione, nella diagnosi, nella presa in carico e nell’attuazione di trattamenti salvavita

Era questa l’analisi che già ad aprile 2021 lanciava la FOCE, la Federazione Oncologi Cardiologi Ematologi. In 12 mesi l’organizzazione stimava che si fossero persi ben 2milioni di esami di screening, mentre il 20-30% dei trattamenti oncologici era stato cancellato o aveva subito ritardi.

A questo ritardo si aggiungano quelli legati poi alla fase di cura vera e propria: anche gli interventi chirurgici e le terapie hanno subito un brusco rallentamento – quando non un fermo vero e proprio – dovuto sia alla trasformazione di interi reparti in aree Covid, che nella necessità di limitare gli accessi in ospedale. Inoltre, con il personale impegnato quasi interamente a combattere il virus, i ricoveri in elezione hanno subito importanti ritardi.

La FOCE stima che tutti i ritardi dovuti all’emergenza pandemica abbiano causato un surplus di mortalità nel periodo marzo-dicembre 2020 valutabile nel 21% in più rispetto alla media dello stesso periodo dei 5 anni precedenti, ovvero circa 108mila decessi in più: di questi, solo il 69% sarebbe riconducibile al Covid (una buona parte in pazienti con altre patologie cardiologiche, oncologiche, oncoematologiche), mentre il restante 31% sarebbe stato causato da patologie non Covid, e soprattutto tempo-dipendenti (ovvero tutte quelle patologie per cui il fattore tempo è fondamentale, come le cardiologiche per le quali una tempestiva e adeguata risposta è fondamentale in occasione di eventi acuti).

Tornando al fronte prevenzione, anche il rapporto “I numeri del cancro in Italia 2021” dell’ONS – Osservatorio Nazionale Screening – purtroppo conferma: nel 2020 ci sono stati 4 milioni di inviti e 2 milioni e mezzo di screening in meno rispetto al 2019, con un ritardo medio di 5 mesi nell’esecuzione dei test.

Queste occasioni di prevenzione mancate si sarebbero trasformate in 3.300 diagnosi di carcinoma mammario, 2.700 lesioni precancerose della cervice uterina (individuabili con un semplice pap-test), 1.300 carcinomi colorettali e 7.400 adenomi avanzati, con importanti ricadute sulle possibilità di cura e quindi di guarigione, e sui costi del Servizio Sanitario Nazionale.

E il sistema, sempre secondo l’ONS, sembra fatichi a riprendere il ritmo: mancano spesso spazi e tempo, tenuto conto inoltre che i tempi di esecuzione degli esami sono più lunghi, anche per via dei tempi di sanificazione necessari dopo ogni paziente. Inoltre ancora adesso le persone sono restie a recarsi negli ambulatori per questo tipo di indagini, la paura del contagio è ancora tropo forte.

E oggi, in fase di risalita dei contagi, con picchi europei veramente impressionanti (soprattutto nei Paesi dell’Est, per la scarsa adesione alla campagna vaccinale, e in Russia), il rischio è che l’importantissima ripresa dei programmi di prevenzione si areni nuovamente, anche per l’incalzare di necessità sanitarie più impellenti.

Ci auguriamo che quanto successo in questi ultimi due anni sia stato d’insegnamento: l’emergenza non può escludere la contingenza. Ci sono stati mesi di tregua per riorganizzare l’offerta del nostro sistema sanitario, per evitarne il collasso e dargli una nuova funzionalità, in grado di rispondere alle urgenze di oggi senza creare danni domani. Purtroppo il documento del FOCE su questo non è particolarmente ottimista: “Non ci risulta che le Regioni abbiano provveduto in questi mesi ad aumentare la dotazione complessiva dei posti letto ordinari, soprattutto quelli normalmente riservati a pazienti con altre patologie”, e sul fronte del personale medico e infermieristico la Federazione lamenta i tagli susseguitisi negli anni.

Ora i nodi verranno al pettine. Se la prima ondata ci ha lasciati spiazzati, e la seconda ci ha trovati ancora alle prese con un sistema che doveva riprendersi, e solo all’inizio della grande campagna vaccinale che ha portato l’Italia a raggiungere i primi posti in Europa e nel mondo per numero di vaccinati con seconda dose, ora è il momento di ragionare anche su tutto ciò che Covid non è, ma non è meno invalidante o letale del virus.

Noi, per nostro conto, non abbiamo mai abbandonato i nostri iscritti: i nostri check-up – cardiologico e oncologico – continuano ad essere il nostro fiore all’occhiello, per tipologia e numero di prestazioni. Ma non ci è bastato. A questi abbiamo voluto aggiungere le prestazioni del nostro Centro polispecialistico: 14 specialità più la diagnostica per immagini, a disposizione dei nostri associati gratuitamente, una volta l’anno ogni prestazione. Una sorta di screening da effettuare in caso di dubbi sulla propria salute, o per tenere sotto controllo alcuni determinate situazioni che magari richiedono una verifica annuale. Abbiamo cercato di inserire tutte le specialità per cui notiamo maggiori richieste da parte dei nostri assistiti, e abbiamo scelto di dare loro un servizio con tempi certi, gratuito, facilmente raggiungibile, e fatto dai migliori specialisti della sanità pubblica e privata, e con macchinari di ultima generazione.

L’impegno che abbiamo profuso per raggiungere questo grandissimo traguardo (non tutte le Casse e i Fondi hanno strutture sanitarie a gestione diretta) non è stato a costo zero per la Cassa, naturalmente: i costi da sostenere sono enormi, e sono sostenibili grazie alle scelte oculate fatte negli anni per rendere Sanimpresa sempre più forte e “indipendente” dai meccanismi assicurativi, garantendo al contempo un servizio di altissimo livello agli iscritti. Ma non vogliamo fermarci qui. È già nei nostri progetti un ampliamento di giorni e orari di apertura del Centro, per evitare liste di attesa troppo lunghe, e di aumento delle branche specialistiche attualmente operanti presso i locali di via Enrico Tazzoli.

Per fare tutto ciò c’è bisogno di rompere un tabù: cominciare a ragionare, dopo 17 anni a costi invariati, ad un eventuale ritocco delle tariffe per le iscrizioni volontarie. Non sarebbe una scelta che faremmo a cuor leggero, che, comunque, sarà esaminata attentamente prima con le nostre parti sociali e poi con gli organi della Cassa, (non a caso è la prima volta in quasi un ventennio), ma può essere un’opzione per continuare a garantire qualità e quantità di prestazioni per tutti, senza dover rinunciare a nulla di quanto presente nel nostro piano sanitario, anzi eventualmente aggiungendo sempre nuove opportunità di prevenzione e cura per i nostri assistiti.

Ci piace sognare, e ci piace farlo in grande. Siamo certi che su questo troveremo sempre il sostegno dei nostri assistiti che finora hanno sempre dimostrato di apprezzare la lungimiranza e la concretezza delle nostre scelte, facendo crescere la nostra Cassa in questi anni fino ad arrivare agli oltre 100mila iscritti mensili, un risultato straordinario di cui andiamo fieri, e di cui siamo sempre grati a quanti lo hanno reso possibile.

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